Amare tutti per portare tutti a Cristo
Da un amore vero e corrisposto nasce una compagnia umana che diventa un bene e un richiamo al Mistero per tutti.
Domenica 4 ottobre 2026, festa di San Francesco patrono d’Italia, la Comunità Pier Giorgio Frassati di Brescia ha vissuto la sua Giornata di inizio anno. Ne riportiamo la riflessione proposta da Gigi.
Un momento della Giornata di inizio anno, domenica 4 ottobre 2026.
Il testo integrale della traccia, con le note e i riferimenti biblici, si può scaricare in PDF.
Il nostro obiettivo è la missione
La preghiera di consacrazione della famiglia al Cuore Immacolato di Maria si conclude così: «Dammi, o Madre, la grazia di vivere per gli altri, di sapermi donare agli altri, di essere tuo testimone, perché questa è la mia santa vocazione».
La missione del nostro essere insieme come comunità cristiana è portare Cristo a tutti gli uomini del nostro tempo. «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo» (cfr. Mc 16,15), dice Gesù. «Voi siete il sale della terra» (Mt 5,13): annunciate cioè a tutti la Buona Notizia che Dio ci ama e ci ha salvati in Cristo Gesù, attraverso il sì di Maria.
Nel mondo di oggi lo Spirito Santo ha suscitato nella Chiesa questa nostra compagnia perché, da laici, portiamo negli ambienti di lavoro, di scuola e della vita l’annuncio che in Cristo la vita è più felice, più buona, meravigliosa, come ci testimoniano i santi. È la ragione prima e ultima del nostro stare insieme.
Il cammino si sviluppa in quattro dimensioni, altrettante declinazioni concrete del metodo con cui viviamo la missione: la preghiera, la cultura, la carità, la missione.
Amici per un compito
La nostra comunità non può essere un luogo dove si prendono alcuni servizi, e nemmeno soltanto una bella compagnia di amici che si ritrovano per stare in allegria. Siamo amici, sì, amici veri, ma per un compito.
Ci dicevamo una volta che essere amici vuol dire amare il destino dell’altro.
Noi siamo amici perché amiamo il nostro destino e quello dell’altro, che è incontrare Cristo e vivere Cristo.
Ma come faccio?
A questo punto qualcuno può domandarsi come attuare concretamente questa missione. È facile dire: sono qui per testimoniare, dove abito e dove vivo, ciò che ho incontrato, cioè Gesù Cristo. Ma come faccio?
Qui entra in gioco la nostra proposta come comunità. Per attuare questa missione il Signore ci ha messo insieme: il primo aiuto che ci ha dato è stato darci una compagnia.
Ci ha dato una comunità, un centro culturale e un santo protettore, oltre a tutta la Chiesa, madre e maestra, anche nella figura del Santo Padre e del Vescovo.
Il volto visibile del Signore
La comunità è costituita da coloro che amano Cristo e i propri fratelli, e in questo modo rendono visibile il volto del Signore.
«Là dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono presente in mezzo a loro» (cfr. Mt 18,20).
Per questo la comunità è il mezzo insostituibile per vivere la nostra fede e per la missione.
Il cuore del metodo della missione
È un punto importante, perché a volte trattiamo la comunità come qualcosa di secondario, da prendere e lasciare a seconda del bisogno, dell’umore o d’altro.
Invece la comunità è il cuore del metodo della missione: è la realtà che rende possibile la missione.
Se è vero, come è vero, che il nostro compito è annunciare Cristo, non possiamo farlo da soli. Da soli presenteremmo il nostro volto, il volto di una persona qualsiasi. Il volto di Cristo si manifesta invece quando due o tre sono riuniti nel suo nome: lì Egli è presente, in mezzo a loro.
Perciò la comunità non è opzionale: è fondamentale.
Non stare senza una compagnia
E se qualcuno dice: «Guarda, questa comunità non mi piace, non è secondo la mia sensibilità», la risposta è: benissimo, vai altrove, ma non stare da solo, non stare senza una compagnia.
Senza una compagnia non sei nessuno: sei soltanto te stesso, cioè un niente.
Con una compagnia, invece, nutri il tuo amore, perché la compagnia è il primo luogo dove eserciti la tua carità, e poi la puoi proporre al mondo.
Una domanda decisiva
Apro una parentesi: le cose che sto dicendo sono come una domanda implicita a ciascuno di voi, se vogliamo starci o no, a questo cammino. Ciò che ci stiamo dicendo è decisivo, decisivo proprio in termini esistenziali.
La comunità è il mezzo insostituibile per vivere la nostra fede e per la missione.
La comunione si vive in una comunità prossima
Nella Chiesa ci sono molti aiuti per vivere la spiritualità. Ognuno di noi vive il proprio amore al Signore secondo il proprio carattere, temperamento e sensibilità: alcuni si fanno aiutare dall’imitazione di un santo, altri da un movimento ecclesiale o da un direttore spirituale. E va benissimo.
Ma la comunione la puoi vivere soltanto in una comunità che ti è prossima, perché è costituita dagli amici che il Signore ti ha posto accanto.
Aperti agli aiuti, da qualsiasi parte vengano
Una delle caratteristiche che abbiamo sempre avuto, fin dall’inizio, è l’apertura a conoscere e ad accogliere tutti gli aiuti che potevano venire da qualsiasi parte. Lo ricordo fin dai campi di lavoro in Umbria.
In uno di quei campi siamo andati ad Assisi e abbiamo approfondito la figura di San Francesco. Guarda caso, proprio oggi si festeggia San Francesco, patrono d’Italia. Quando eravamo proprio agli inizi, è stato uno dei primi santi che abbiamo proposto: c’è dunque una continuità.
Due binari: comunitario e personale
Siamo sempre stati aperti a questo, perché la nostra esperienza di vita cammina almeno su due binari: quello ecclesiale, cioè comunitario, e quello personale.
La nostra fede ha bisogno di essere alimentata da una preghiera comunitaria, come le Lodi che abbiamo recitato insieme, ma anche da una preghiera personale. Anche spiritualmente, dunque, i livelli sono due: quello comunitario e quello individuale.
Che qualcuno si senta più aiutato da un’esperienza piuttosto che da un’altra va benissimo. C’è tra noi chi frequenta con frutto un percorso che aiuta a vivere l’aspetto sacramentale del matrimonio, che è fondamentale. Qualcun altro si fa aiutare da San Francesco e dall’esperienza francescana. E va benissimo.
Con umiltà
È impensabile che una comunità come la nostra possa rispondere da sola a tutte queste esigenze, anche di carattere spirituale. Non abbiamo la presunzione di bastare per tutto: molto umilmente riconosciamo che ciascuno ha bisogno, a livello spirituale, di qualcosa che lo alimenti.
Le sensibilità tra noi sono tantissime: ci sono letture che a qualcuno dicono poco e che per altri sono state l’occasione di una vera conversione. A me, per esempio, piace moltissimo l’Imitazione di Cristo.
A livello spirituale ognuno può e deve vivere ciò che la Chiesa gli offre per crescere nell’amore a Cristo. Ma questo non può sostituire l’insostituibile esperienza della comunità.
Il luogo dove facciamo esperienza di Cristo
La comunità ha un valore intrinseco e insostituibile: è il luogo dove facciamo esperienza di Cristo. Dobbiamo capirla, questa cosa.
È il luogo dove ognuno di noi esercita la carità e, nella carità, incontra Cristo e lo fa incontrare.
Ed è la comunità che permette la missione: «Maestro, dove abiti?». «Venite e vedete» (cfr. Gv 1,38-39). Noi vogliamo fare come fece Gesù con gli apostoli.
Rinunciare alla condivisione di questa amicizia concreta tra fratelli in Cristo significa rifugiarsi in un comodo intimismo che alla fine diventa sterile, così come alla lunga diventa sterile una fede che non si dona.
Ci amiamo tra noi e amiamo di vero cuore tutti coloro che il Signore ci pone accanto come prossimo, per portare tutti a Cristo, fine ultimo di ogni nostra esistenza.
«Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. […] Amerai il tuo prossimo come te stesso» (Mt 22,37-39).
Il primo modo di essere missionari
O noi preghiamo, o non andiamo da nessuna parte. O chiediamo innanzitutto al Signore la grazia di poter essere missionari, di stare con gli altri e di portarli a Cristo, oppure questo non accade: perché la conversione, la fede, è opera del Signore, non opera nostra.
Il primo modo di essere missionari è pregare.
Per questo preghiamo insieme con la Liturgia delle Ore, come ci insegna la Chiesa, e personalmente, per avere un cuore sempre più innamorato di Lui. Partecipiamo il più possibile all’Eucaristia, frequentiamo la Confessione e gli altri sacramenti, l’adorazione, gli esercizi spirituali, la meditazione del Vangelo del giorno. Soprattutto mettiamo al centro dei nostri incontri la lode e la supplica al Signore, perché Egli sia presente nella comunione tra noi: senza la fede in Gesù Cristo non possiamo fare nulla.
Santa Teresina, patrona delle missioni
Pochi giorni fa la Chiesa ha celebrato la memoria di Santa Teresina di Lisieux. Morì molto giovane, carmelitana scalza, senza mai uscire dal suo convento: eppure è stata proclamata patrona delle missioni.
Come può essere patrona delle missioni una donna che è rimasta tutta la vita in convento? Ha dedicato la sua intera esistenza alla preghiera incessante per i missionari. E quella è già tutta la missione.
La prima carità verso chi ci sta accanto
Prego per il mio collega di lavoro, per il mio compagno di classe: prego perché possa incontrare Cristo. Questa è la prima carità che faccio a chi mi sta accanto: pregare per lui.
Signore, tocca il suo cuore, fa’ che si converta. Aiutami a essere strumento della sua conversione.
Matite nella mano di Dio
«Siamo matite nella mano di Dio», diceva Madre Teresa di Calcutta. È Dio che scrive; noi siamo concretamente la matita. Ma perché Dio possa scrivere occorre che ci mettiamo nella disposizione di essere matite, e possiamo farlo innanzitutto nella preghiera personale, nell’invocazione.
Aprire lo sguardo a chi cammina con noi
La prima missione la compiamo quando smettiamo di guardare al nostro ombelico, alle nostre piccole e grandi difficoltà, e apriamo lo sguardo a chi ci sta intorno, a chi cammina con noi.
Le persone che il Signore ci ha messo accanto sono proprio per noi, non per altri: Cristo ci ha messo lì per quelle persone. Sono le prime che siamo chiamati, tra virgolette, a evangelizzare: non nel senso di andare a convertire un popolo di peccatori, ma di portare loro la cosa più importante di cui hanno bisogno, Gesù, Dio.
Signore, aiutami a portarti a chi mi sta accanto.
Una fede che diventa cultura
Un altro strumento per la missione è la cultura. È un punto che negli ultimi tempi è stato un po’ dibattuto, ma credo sia arrivato il momento di aiutarci davvero a capirlo.
Ci diamo come appuntamento settimanale il lavoro della Scuola di Comunità: è il momento, lo strumento più importante di formazione alla fede.
Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta.
San Giovanni Paolo II, 16 gennaio 1982
Amici, dopo tanti anni
In questi giorni, per varie ragioni, ho incontrato alcune persone che per anni hanno fatto parte della nostra compagnia. Vedevo tanti amici conosciuti lungo la nostra storia, ancora lì, amici come un tempo.
A uno di loro ho detto: tutti questi nostri amici mi dimostrano la bontà del nostro cammino, che ha messo al centro la ragionevolezza della fede. La mia gioia più grande è vedervi, dopo tanti anni, ancora tutti innamorati del Signore e cristiani.
Credo davvero che la differenza tra noi e una compagnia di coscritti, che hanno vissuto insieme l’adolescenza, si sono persi di vista e dopo qualche anno si ritrovano per una rimpatriata, stia tutta qui: negli anni passati insieme abbiamo capito quanto è ragionevole credere in Gesù Cristo.
La ragionevolezza della fede
È la ragionevolezza della fede che li ha resi così solidi da rimanere cristiani ancora oggi. Se ci pensate bene, è questa la ragione che porta molti a restare cristiani anche quando lasciano la comunità: anche solo l’intuizione che essere cristiani è ragionevole.
Il mondo ci fa credere che essere cristiani sia da “sfigati”. Noi abbiamo fatto esperienza del contrario:
Essere cristiani non è da sfigati: è la cosa più ragionevole e intelligente che si possa fare.
Che cos’è la Scuola di Comunità
Per aiutarci in questo, ancora oggi, continuiamo a fare Scuola di Comunità. E voglio chiarirlo una volta per tutte, perché è uno dei più grandi fraintendimenti tra noi.
La Scuola di Comunità non è finalizzata a un approfondimento spirituale. Non è un testo spirituale, anche se per molti aspetti lo è, perché non è questa la sua finalità. Non è fatta per approfondire il proprio personale amore a Cristo e il cammino del combattimento spirituale.
La Scuola di Comunità è una scuola di formazione cristiana.
L’amore chiede di conoscere
«Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro», dice Gesù. L’amore implica conoscenza. La Madonna rispose all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?».
L’amore umano e l’amore cristiano chiedono, spingono, esigono la conoscenza dell’amato. Se vogliamo amare sempre più il Signore e la Chiesa, che è il suo volto, dobbiamo mettere mano all’aratro della conoscenza: quella intelligente (da intus-legere, saper leggere dentro) e quella razionale.
Il cuore ama, ma sono l’intelligenza e la ragione a muovere la volontà.
Nella fede non basta il sentimento
Attenzione: nella fede non basta il sentimento, perché il sentimento, come ci insegnano scienziati e artisti, va e viene. «La donna è mobile qual piuma al vento», dice una celebre aria: così è il sentimento per cui un giorno dico “Ti amo, Gesù” e il giorno dopo non più.
Fondare l’amore a Cristo soltanto sul sentimento significa lasciarlo in balia del cuore, che è sottoposto a mille stimoli. Basta perfino una giornata uggiosa, con quella nebbiolina invernale che ti fa girare dall’altra parte e non ti fa uscire dalle coperte, per non sentire più alcun slancio, alcun desiderio di amare il Signore.
Noi che siamo così pronti ad alzarci di volata quando il nostro bambino piange e non smette, dobbiamo capire che se non fondiamo il nostro amore a Cristo sulla roccia solidissima di un lavoro costante dell’intelligenza e della ragione, la fede si intiepidisce e alla fine muore: muore di noia, di tran tran, del “devo andare a Messa anche oggi perché è domenica”.
L’abitudine è molto utile e molto importante, ma quando diventa routine si fa noiosa e non dà più spirito né forza.
Buone ragioni per vivere la fede
Ricordiamoci: il cuore spinge all’amore, ma sono l’intelligenza e la ragione a muovere la volontà. Io faccio le cose perché ho buone ragioni per farle, altrimenti non le faccio.
Dove mi nutro di queste ragioni? Nella Scuola di Comunità, che non è fatta soltanto della lezione, ma anche del gruppo di comunione, dove con i miei amici vivo un’intensa vita di preghiera. Qualcuno, prima, recita addirittura tutto il Rosario: è una cosa bellissima.
Con i miei amici mi nutro di preghiera e di verifica costante: la mia intelligenza deve essere continuamente stimolata a paragonare ciò in cui credo con la mia esperienza quotidiana. Deve dire qualcosa a me, proprio a me.
Allora mi muovo, allora agisco, perché ci credo, e ci credo sempre di più: la mia ragione stabilisce un contatto che, come diceva don Vincenzo, mi convince.
Per questo la Scuola di Comunità è un luogo di formazione. E senza la volontà che aderisce nella libertà, il cuore inaridisce.
La carità
Il Signore Gesù è venuto sulla terra per salvarci dal peccato e per annunciare l’avvento del Regno dei Cieli. Lo ha fatto insegnando e guarendo ogni forma di debolezza e malattia umana: per arrivare al cuore dell’uomo, Cristo ha esercitato per tutta la vita la carità, che è dono di sé.
Noi, percossi dal suo infinito amore, vogliamo seguirlo. Imitare Cristo significa fare come ha fatto Lui: perciò esercitiamo la carità tra noi e con il nostro prossimo, per portare tutti a Cristo.
Non è semplice filantropia. Non si tratta solo di rispondere ai bisogni degli uomini, ma di andare da coloro che sono il nostro prossimo amandoli, interessandoci a loro, per fare breccia nei loro cuori e offrire ciò di cui hanno veramente e unicamente bisogno: Gesù Cristo.
Non ci limitiamo all’elemosina: andiamo da chi ci sta accanto, in ufficio, all’università, a scuola, nel quartiere, dal vicino della porta accanto, e ci interessiamo a lui.
La missione, estrema forma di carità
La missione è il fine ultimo del nostro fare e del nostro essere nel mondo: non come mezzo per acquisire nuovi adepti, ma come estrema forma di carità. Il medico prescrive il farmaco perché sa che da esso dipende la guarigione del malato; così l’annuncio che Cristo ha salvato il mondo è il farmaco dell’immortalità.
Per questo annunciamo a chi ci sta accanto che Gesù è l’unica risposta esauriente al problema umano, con coraggio e determinazione, in ogni occasione «opportuna e non opportuna» (cfr. 2Tm 4,2). Per esuberanza del cuore, come dice il profeta Geremia:
«Nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo» (cfr. Ger 20,9).
Spesso siamo tentati di non proporre Cristo esplicitamente: per timore di un rifiuto, perché non ci sentiamo all’altezza, o perché non vogliamo “disturbare”. Il Signore conosce tutte queste nostre paure e, nella sua infinita benevolenza, ci dona aiuti formidabili per la missione.
Tre doni per la missione
Innanzitutto la fede, trasmessa dai nostri padri, con cui preghiamo e invochiamo l’aiuto di Gesù, di Maria, nel Santo Rosario quotidiano, e dei Santi. Don Vincenzo diceva a un confratello appena ordinato: «Se vuoi avere copiosi frutti missionari, prega la Madonna».
Poi una compagnia di amici che sostengono la nostra fede. Non siamo soli: ci aiutiamo, e nella comunione facciamo esperienza di «come è bello e come è dolce che i fratelli vivano insieme» (Sal 133,1). Chi invitiamo ad accostarsi a Cristo può così incontrare il suo volto attraverso quello dei nostri fratelli nella fede.
Infine la Scuola di Comunità, strumento di formazione perché la nostra fede sia robusta anche culturalmente e non ci lasci affetti da “nanismo culturale”. Abbiamo una grande notizia da dare, e lo facciamo sorretti da ottime ragioni che continuiamo ad approfondire.
Ricercare continuamente la corrispondenza tra la fede e le nostre più intime aspirazioni ci rende sempre più convinti che solo Cristo è risposta adeguata ed esauriente al bisogno dell’uomo.
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