Nòm en Golem

(alle lodi)

Da L’Italia dei Sentieri Frassati, di Roberto Napoletano

Per Pier Giorgio la montagna era la sua passione, il suo impegno preferito, e salire in alto gli dava, oltre al piacere, la sensazione di avvicinarsi al Creatore di tanta bellezza. “Più su saliremo meglio sentiremo la voce di Cristo” amava ripetere. O, ancora: “Ogni giorno mi innamoro sempre di più delle montagne, e vorrei, se i miei studi me lo permettessero, passare intere giornate sui monti a contemplare in quell’aria pura la grandezza del Creatore”. Ma per quanto fosse un esperto alpinista non dimenticava i rischi della montagna, e scriveva a un suo amico: “Quando si va in montagna bisogna prima aggiustarsi la propria coscienza, perché non si sa mai se si ritorna. Però, con tutto questo, non mi spavento ed anzi sempre più desidero scalare i monti, guadagnare le punte più ardite, provare quella gioia pura che solo in montagna si ha”. Scherzavano e ridevano Pier Giorgio Frassati, i suoi amici e i suoi compagni di studi dove goliardia e divertimento non mancavano mai, ma il “cemento” che li teneva insieme e li univa nelle escursioni era “sempre la fede, quella che ci ha fatto compagni di belle gite e ha fatto sì che fosse fondata su granitica base la nostra società”.

(I tappa)

Saliamo Verso l’Alto

Da sempre gli uomini di tutte le culture hanno collocato sulle montagne la dimora degli dèi. Si pensi ad esempio al Monte Olimpo per i greci o alle ziggurat mesopotamiche che imitano nella forma le alture naturali. Il monte rappresenta un luogo difficile, forte, potente che non è quello della quotidianità: diventa quindi luogo deputato per la vita divina. La caratteristica principale della montagna è l’elevazione verso il cielo, come fosse un altare naturale proteso verso Dio. È curioso trovare tra i nomi antichi di JHWH (Jahvè in italiano) ʾĒl ʿĒlyōn, l’Altissimo, e anche ʾĒl Shaddaj, il Montanaro, colui che abita le cime dei monti. Il monte, luogo aspro di solitudine, è lo spazio dell’incontro con il Creatore per chi lo sa cercare in montagna, contemplando il creato, ci sentiamo intimamente legati alla natura e partecipi di un disegno più grande e bellissimo.

Quando si scala una montagna si può dire che si compie un’ascesi. L’ascesi è spesso intesa come una pratica penitenziale per raggiungere il distacco dai beni materiali. In verità la radice greca della parola, àskesis, non vuol dire “penitenza”, ma bensì “esercizio”. Il salire la montagna si trasforma in esercizio, col tempo sempre più naturale seppure sfidi le leggi di natura che ci vogliono costantemente schiacciati verso il basso. Un esercizio che si affina come un disegno, sempre più definito quindi affascinante e creativo. L’ascesi allora è si fatica e sofferenza, ma anche grande creatività e al tempo stesso grande libertà.

(2 tappa)

Dal Libro del profeta Isaia 2,2-5

Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà saldo sulla cima dei monti e s’innalzerà sopra i colli, e ad esso affluiranno tutte le genti. 3Verranno molti popoli e diranno: “Venite, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci insegni le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri”. Poiché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore. 4Egli sarà giudice fra le genti e arbitro fra molti popoli. Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra. 5Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore.

Dall’omelia di Papa Francesco, 20 ottobre 2019, giornata missionaria mondiale

Che cosa dice a noi il monte? Che siamo chiamati ad avvicinarci a Dio e agli altri: a Dio, l’Altissimo, nel silenzio, nella preghiera, prendendo le distanze dalle chiacchiere e dai pettegolezzi che inquinano. Ma anche agli altri, che dal monte si vedono in un’altra prospettiva, quella di Dio che chiama tutte le genti: dall’alto gli altri si vedono nell’insieme e si scopre che l’armonia della bellezza è data solo dall’insieme.

Il monte lega Dio e i fratelli in un unico abbraccio, quello della preghiera. Il monte ci porta in alto, lontano da tante cose materiali che passano; ci invita a riscoprire l’essenziale, ciò che rimane: Dio e i fratelli. La missione inizia sul monte: lì si scopre ciò che conta. Chiediamoci: che cosa conta per me nella vita? Quali sono le vette a cui punto?

Un verbo accompagna il sostantivo monte: salire. Isaia ci esorta: «Venite, saliamo sul monte del Signore» (2,3). Non siamo nati per stare a terra, per accontentarci di cose piatte, siamo nati per raggiungere le altezze, per incontrare Dio e i fratelli. Ma per questo bisogna salire: bisogna lasciare una vita orizzontale, lottare contro la forza di gravità dell’egoismo, compiere un esodo dal proprio io. Salire, perciò, costa fatica, ma è l’unico modo per vedere tutto meglio, come quando si va in montagna e solo in cima si scorge il panorama più bello e si capisce che non lo si poteva conquistare se non per quel sentiero sempre in salita.

E come in montagna non si può salire bene se si è appesantiti di cose, così nella vita bisogna alleggerirsi di ciò che non serve. Possiamo chiederci: come va la mia salita?

(In cima)

Antifona
Il mio aiuto viene dal Signore:

egli ha fatto cielo e terra.


SALMO 120  
 Il custode di Israele

Alzo gli occhi verso i monti: *

da dove mi verrà l’aiuto? 

Il mio aiuto viene dal Signore, *

che ha fatto cielo e terra. 


Non lascerà vacillare il tuo piede, *

non si addormenterà il tuo custode. 

Non si addormenta, non prende sonno, *

il custode d’Israele. 

Il Signore è il tuo custode, †

il Signore è come ombra che ti copre, *

e sta alla tua destra. 


Di giorno non ti colpirà il sole, *

né la luna di notte. 

Il Signore ti proteggerà da ogni male, *

egli proteggerà la tua vita. 


Il Signore veglierà su di te,

quando esci e quando entri, *

da ora e per sempre.

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